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26 aprile 2012

Giovani jazzisti crescono

Domani inizia il Torino Jazz Festival e due ragazzi raccontano la propria passione per un genere che vorrebbero più apprezzato dai coetanei

Valentina Esposito

Due giovani musicisti si raccontano in occasione del Torino Jazz Festival

“Cos’era? – Non lo so. – Quando non sai cos’è, allora è jazz” fa dire Alessandro Baricco al suo personaggio in un suo famoso libro. L’immaginario collettivo guarda ai jazzisti come gente sofisticata, particolare, estrosa, e forse è per quello che il jazz è considerato elitario, ascoltabile dai pochi che lo possono comprendere. Eppure, è una musica che nasce povera e priva di schemi, frutto dell’originalità di qualche pianista di New Orleans agi inizi del secolo scorso che, per sbarcare il lunario, suonava nei locali malfamati note silenziose e di sottofondo, per non disturbare gli avventori, e che conosceva bene i ritmi che andavano di moda all’epoca: blues, ragtime, musica leggera americana.
Nel corso dei decenni il jazz non ha perso la sua connotazione eterogenea, di improvvisazione e leggerezza, e Torino da domani ne diventa per qualche giorno capitale italiana indiscussa, proponendo una rassegna con i volti più o meno noti della musica jazz internazionale e italiana: il Torino Jazz Festival, che quest’anno viene portato soprattutto in piazza. Obbiettivo? Rendere questo tipo di musica di nuovo”popolare” e accessibile a tutti.
A questo proposito abbiamo voluto sentire il parere di Luca e Davide – rispettivamente 18 e 21 anni, una passione per pianoforte e chitarra – che il jazz lo suonano e lo vivono quotidianamente, per cercare di approfondire meglio questo universo musicale così vasto, ma forse ancora poco diffuso e apprezzato in Italia, soprattutto tra i giovani.

Da quanto tempo suoni?
Luca: «E’ difficile dirlo con precisione: ho iniziato all’età di 8 anni sollecitato da mia madre, ma ricordo che al tempo suonavo molto macchinosamente e controvoglia. Ho lasciato dunque perdere dopo 4 anni, una volta resomi conto che probabilmente stavo continuando a suonare più per volere di altri che per una personale inclinazione musicale. Da un anno a questa parte però ho ripreso, inaspettatamente, nutrendo una forte passione per il pianoforte, anche se purtroppo ho poco tempo per esercitarmi quanto vorrei».
Davide: «Invece io ho iniziato da poco a suonare, saranno tre anni circa. Prima la musica non mi aveva mai interessato veramente, giocavo a calcio come fanno quasi tutti, però quando un mio amico mi mise in mano una chitarra quasi per gioco avvertii che forse non era lo sport la mia vera passione».

Come ti sei avvicinato al jazz?
L: «In maniera del tutto casuale, a dire il vero: ero in uno store con l’intenzione di comprarmi un disco rock e fermandomi al reparto di saggistica musicale rimasi molto incuriosito dal famoso libro di Arrigo Polillo sul jazz. Pur non avendo mai ascoltato fino a quel giorno un brano di quel genere ne avevo sentito molto parlare da mio zio, un grande appassionato, perciò mi convinsi lì per lì che non era affatto una cattiva idea provare qualcosa di nuovo e lo comprai. Di fatto quel libro è stato per me la chiave d’accesso alla musica jazz».
D: «La mia infanzia è stata accompagnata dal jazz argentino di Astor Piazzolla e da quello un poco sperimentale di Pat Metheny, i musicisti preferiti di mia madre, ma non ho mai dato loro troppo ascolto. Infatti, appena ho cominciato a suonare mi sono buttato sui grandi classici del rock, influenzato dai miei amici, ma non ci è voluto molto per ascoltare finalmente i cd che mia madre puntualmente mette allo stereo, per interessarmi alla tecnica e all’espressione jazz».

Hai mai suonato dal vivo o fatto una jam session?
L: «Studio al Centro Jazz, ma no, non ho mai suonato dal vivo o fatto jam, poiché lo studio per imparare un minimo di tecnica di improvvisazione è tanto, e non credo di essere ancora al livello tale da potermi esibire come si deve».
D: «Le uniche jam che faccio sono quelle con i miei amici in sala prove: decidiamo un giorno per trovarci e andiamo a suonare, così, senza vincoli di alcuna sorta, giusto per divertirci e per fare musica. Non suono ancora dal vivo, ma sto formando un trio, a cui spero si aggiunga anche un sax, per poter magari cercare qualche serata».

Qual è il tuo artista preferito?
L: «Al momento, per quanto ho ascoltato finora, il più emozionante mi è sembrato Bill Evans, senza nulla togliere ovviamente a Miles Davis, che ovviamente considero come il jazz nella sua forma più perfetta, un vero genio».
D: «Pat Metheny, contro ogni aspettativa. Però trovo interessanti anche Bollani, e ovviamente tutto ciò che ho potuto sentire degli autori più famosi, da Davis a Monk».

Andrai a vedere qualche concerto del Torino Jazz Festival?
L: «Assolutamente sì e farò il possibile per assistere ai vari concerti: penso che sia un’occasione straordinaria per far conoscere soprattutto ai giovani una musica che purtroppo qui in Italia non è per nulla propagandata».
D: «Certamente. Il calendario quest’anno sembra molto promettente, e sarà un’ottima occasione per rinforzare la mia cultura musicale. Soprattutto, mi aspetto grandi cose durante il concerto di chiusura della rassegna, ma non solo».

Secondo te, qual è il rapporto che i giovani hanno con questo tipo di musica?
L: «Con sincerità e amarezza, non conosco nessuno a parte mio zio e forse un paio di amici che sia davvero appassionato di questa musica; la maggior parte si concede solamente a un ascolto superficiale di qualche brano di facciata, i due o tre pezzi più famosi insomma. Forse perché il jazz in Italia si rivolge a una schiera davvero molto ristretta di persone, somigliante forse a una vera e propria casta che spesso è vista con diffidenza e incomprensione da coloro che sono amanti per esempio della musica che giornalmente viene fatta passare per radio».
D: «Io penso invece che quasi nessuno ascolti il jazz “classico”, perché alla radio ormai passano Nina Zilli, Amy Winehouse, tutte persone che non sono jazz puro, ma sono contaminazioni prese un po’ da quel mondo, e un po’ dalla musica commerciale. Il che non è di per sé un male, ma comunque sia io preferisco ascoltare coloro che vengono classificati come Big, anche contemporanei».

Link utili:
Torino Jazz Festival
Centro Jazz Torino

A voi piace il jazz? Andrete a vedere qualche concerto del Torino Jazz Festival?

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Categorie: Musica

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