Home » Tecnologie » Terra chiama Samantha, Samantha risponde

4 Dicembre 2014

Terra chiama Samantha, Samantha risponde

Dalla missione Futura l’astronauta italiana Cristoforetti spiega a chi le scrive sui social network come sia la vita a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

A.D.S.

Samantha Cristoforetti risponde sui social network alle domande sulla vita nella Stazione Spaziale Internazionale

“Da grande voglio fare l’astronauta” è una di quelle frasi tipiche dei bambini. Tanti anni fa l’ha detta anche Samantha Cristoforetti, 37 anni, la prima donna italiana a fare parte degli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e ad avere raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) con il modulo Soyuz.
Attualmente è al suo undicesimo giorno di missione, nominata Futura, e resterà in orbita ancora per circa sei mesi. Fa parte della 42esima spedizione di lunga durata verso la ISS e il sito dell’ESA Avamposto 42 ne segue da terra i movimenti curando un diario di bordo.
Avamposto 42 è anche il mezzo di comunicazione per raggiungere l’astronauta via Facebook o Twitter (hashtag #ChiediloaSamantha) nelle sue avventure a circa 400 km di altezza. Non manca chi si è già fatto avanti, chiedendole di soddisfare varie curiosità. Qui di seguito ne abbiamo raccolte alcune.

Come si diventa astronauti?
«Non esiste un percorso di formazione unico per diventare astronauta. Leggendo un po’ lo biografie dei vari astronauti nel mondo, ci si accorge che provengono da professioni molto diverse. Prendiamo, per esempio, noi “Shenanigans”, il gruppo di astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea selezionati nel 2009. Siamo un gruppo piuttosto vario. Tre di noi sono militari, tre civili. Luca e Tim sono due piloti militari collaudatori. Io sono un ingegnere e un pilota militare. Thomas è un ingegnere e un pilota di linea. Alex è un fisico con un dottorato in vulcanologia. Infine, Andy ha un PhD in ingegneria aerospaziale. Insomma il volo, la scienza e l’ingegneria sono i tre ambiti tipici da cui si reclutano nuovi astronauti».

Sulla Stazione Spaziale si fa il bucato?
«Come potete immaginare, in questa situazione non possiamo cambiare gli indumenti con la stessa frequenza con cui siamo soliti farlo sulla Terra. Per esempio, abbiamo soltanto sei paia di pantaloni per tutta la missione, quindi un paio al mese. Fortunatamente per altri tipi di indumenti la dotazione è un po’ più generosa. Questi sono raccolti in cosiddetti bricks, mattoni, che rappresentano la dotazione per due settimane. Ciascun brick contiene 7 slip, 2 magliette, 2 pantaloncini e una maglietta da sport, 3 paia di calzini e, per le donne, 1 reggiseno o canottiera, se preferita, e due reggiseni sportivi. Possiamo anche far arrivare qui una decina di magliette con i loghi delle spedizioni e un paio di felpe. Personalmente ho anche aggiunto degli indumenti nel piccolo volume personale, delle dimensioni di una grande scatola di scarpe, che ho potuto mandare con un veicolo cargo: pantaloni morbidi tipo tuta perché quelli in dotazione sono molto rigidi, qualche felpa calda in più e una dozzina di calzini. Eh già, calzini: sono materiale prezioso sulla Stazione Spaziale».

Come si mangia a bordo?
«Le scorte di cibo sono conservate in varie borse in diversi luoghi della Stazione.  Senza andare a controllare, mi vengono in mente le categorie verdura e minestra, frutta e frutta secca, colazione, contorni, carne e pesce. Alcuni cibi sono pronti per essere consumati: per esempio le tortillas o la frutta secca. Altri devono essere reidratati con acqua calda o con dell’acqua a temperatura ambiente, per esempio i cereali. Altre vivande vanno invece soltanto scaldate nello scaldavivande elettrico. Quando arriva un veicolo, per qualche giorno c’è anche del cibo fresco. Inoltre, ogni astronauta ha il proprio bonus food, nove borse di cui possiamo specificare il contenuto. Per quanto riguarda gli utensili utilizziamo per mangiare, gli strumenti principe sono le forbici per aprire le buste e il cucchiaio lungo, per riuscire a recuperare il cibo fino in fondo alle buste. Uno dei primi consigli all’arrivo è stato “Attenti a non perdere il vostro cucchiaio”».

Come si fa ad andare in bagno sul modulo Soyuz?
«Dire che c’è un bagno sulla Soyuz è forse un’esagerazione, ma c’è un piccolo “angolo toilette” che permette di espletare i propri bisogni fisiologici. Come tutte le toilette spaziali anche questa, molto rudimentale, è basata sul principio dell’aspirazione. All’inizio dell’utilizzo si accende un ventilatore: il flusso d’aria così prodotto trasporta rifiuti solidi e liquidi nella giusta direzione. Per i primi viene utilizzato un sacchetto monouso, che dopo ogni utilizzazione viene rimosso, chiuso e infilato successivamente in due buste per garantire il contenimento e prevenire la diffusioni di cattivi odori».

Prima di partire, inoltre, Samantha Cristoforetti aveva risposto ad altre domande con dei video, ad esempio per spiegare quale parte dell’addestramento sia la più impegnativa e cosa sia per lei il coraggio.

Tag: , , , ,

Categorie: Tecnologie

Lascia un commento