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11 agosto 2015

Short on Work, il lavoro in corto

Scade il 31 ottobre il concorso di video brevi sul lavoro organizzato dalla Fondazione Marco Biagi e dall’Università di Modena e Reggio Emilia

Antonella Capalbi

Il termine per partecipare a Short on Work è il 31 ottobre

Che il lavoro rappresenti uno dei temi più caldi del dibattito pubblico contemporaneo è cosa nota. Cosa un po’ meno nota, probabilmente, è che esistano modi decisamente diversificati di avvicinarsi a una tematica così scottante, che passano anche per pixel e pellicola cinematografica. È il caso di Short on Work, concorso internazionale di video brevi sul lavoro organizzato dalla Fondazione Marco Biagi nell’ambito della Scuola internazionale di Dottorato in Lavoro Sviluppo e Innovazione presso l’Università di Modena e Reggio Emilia.
Con tre edizioni all’attivo, il contest ha la finalità di stimolare una riflessione sul lavoro contemporaneo tramite rappresentazioni audiovisive e l’edizione 2015 prevede la possibilità di inviare entro il 31 ottobre video che abbiano come soggetto il lavoro di oggi, provenienti da qualsiasi parte del mondo e della durata massima di dieci minuti. Nato dall’attività di un gruppo di ricerca composto da docenti e dottorandi, il concorso – che mette in palio un primo premio di 2.500 euro e un secondo premio di 1.000 euro – parte dal presupposto che la video rappresentazione possa costituire una possibilità di cogliere in maniera innovativa e diversificata i cambiamenti che hanno caratterizzato il lavoro negli ultimi decenni.
Per conoscere più nel dettaglio il concorso abbiamo rivolto qualche domanda ad alcuni membri del gruppo di ricerca che sta alle spalle dell’iniziativa: Tommaso Fabbri, docente di Organizzazione aziendale e direttore del gruppo di ricerca, Giorgio Risso e Giulia Piscitelli, curatori del progetto.

Come nasce Short on Work?
Tommaso Fabbri: «Il concorso nasce come razzo segnaletico di un programma di ricerca interdisciplinare sulle rappresentazioni del lavoro. Eravamo e siamo presso la Fondazione Marco Biagi, nell’ambito di un dottorato di ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia sulle relazioni di lavoro. Siamo abituati a osservare il lavoro con le categorie analitiche delle nostre discipline: il diritto, la sociologia, l’economia, la psicologia, la storia; ci siamo chiesti come lo vedono e lo rappresentano osservatori non scientifici come i registi, i documentaristi, inizialmente anche gli scrittori. Con il concorso di video brevi abbiamo voluto dire “siamo qui, mandateci le vostre opere: ci interessa farli dialogare con le nostre idee sul lavoro”. E ha funzionato. A quattro anni di distanza abbiamo selezionato e quindi archiviato oltre 200 video: di questi circa il 60% provenienti dall’estero, di cui il 20% da paesi extra europei».

Quali sono state le tappe che hanno portato a questa quarta edizione?
T.F.: «L’impianto del concorso, cioè tempistiche, regolamento, criteri e modalità di selezione, è sostanzialmente immutato, così come il nucleo stabile della Giuria, composta da noi “ricercatori” e i rappresentanti degli archivi nazionali più importanti, l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa e l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e democratico. E’ una scelta precisa, per dare continuità e possibilmente affinare in chiave interdisciplinare i criteri di osservazione e di giudizio. Nel tempo abbiamo perfezionato le modalità di acquisizione dei video, che oggi è possibile sia dal nostro sito sia attraverso ShortFilmDepot, e abbiamo strutturato e nutrito il server dedicato all’archivio. Ma ogni anno lavoriamo anche per allargare il nostro network e ciò ci ha permesso di collaborare con professionisti di prestigio oggi amici, come Lorenzo Hendel e Marco Bertozzi, e con realtà e iniziative a noi sinergiche quali Piemonte Movie, Reggio Film Festival, OZU Film festival».

Quali sono le finalità del concorso e come si inserisce all’interno della ricerca scientifica di ambito accademico?
T.F.: «Con il concorso sollecitiamo e raccogliamo materiale da tutto il mondo: sono brevi rappresentazioni audiovisive del lavoro contemporaneo rigorosamente sottotitolate, e quindi ne facciamo oggetto di analisi “scientifica”. Decisive sotto questo aspetto le interlocuzioni con il laboratorio di Antropologia visuale di Londra – Goldsmiths College e con il Centre Max Weber dell’Università di Lione. Così come decisivo è stato l’incontro con la socio-semiotica di Landowski e la progressiva esplorazione delle concezioni, dei metodi e delle esperienze internazionali di video ricerca. Lo facciamo nel corso dell’anno, parallelamente all’organizzazione del concorso, attraverso PhD seminars e convegni internazionali. Ne abbiamo due all’attivo, dedicati all’elaborazione di uno sguardo transdisciplinare e transmediale sul lavoro. Stiamo raccogliendo gli sforzi in un volume che uscirà a fine anno a cura di Nicola Dusi».

Quale idea di lavoro emerge delle prime tre edizioni di Short on Work?
Giulia Piscitelli: «Più che una o più idee di lavoro univocamente configurate emergono tensioni. Ad esempio: lavori del passato opposti a lavori dell’oggi e del futuro; oppure il lavoro come questione individuale opposto al lavoro come questione collettiva; o ancora, lavoro della conoscenza opposto a lavoro manuale. Si tratta di opposizioni mutuate dal discorso socio-economico di mainstream, poi acquisite nell’argomentazione giuridica e quindi riprodotte dai media».
Giorgio Risso: «Il tracciante è l’opposizione fordismo=cattivo/post-fordismo=buono, di cui viene spesso messa in scena, per lo più inconsapevolmente, la debolezza interpretativa. Come quando lavori artigianali ormai quasi estinti come il calzolaio, l’artigiano che lavora il legno o lo stampatore sono descritti con tutto il loro enorme carico di sapere e saper fare, tali da risultare esemplari di knowledge intensive jobs. O come quando un esemplare di “nuovo” lavoratore, ad esempio lo startupper, viene caratterizzato non solo attraverso l’epica del merito e dell’autorealizzazione, ma anche attraverso l’afflizione della solitudine. Da questo, noi ricaviamo conferma dell’utilità della nostra iniziativa, l’utilità di un discorso transdisciplinare e transmediale sul lavoro che ne aggiorni la comprensione e, con essa, gli strumenti di regolazione».

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