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13 luglio 2016

Hackability, l’apporto del Politecnico

Per il secondo dei tre articoli sul format che lega disabilità e tecnologie ci occupiamo del corso ideato per far comprendere agli studenti l’importanza di una progettazione appropriata

Andrea Di Salvo

Il prof. Peretto durante una lezione del corso

Il prof. Prinetto durante una lezione del corso

Una settimana fa avevamo iniziato a parlare di Hackability – format che fa incontrare persone con disabilità e maker, ovvero appassionati di elettronica, software e stampanti 3D – accennando che l’idea coinvolgeva anche il sistema accademico. Il progetto è stato infatti lanciato come Hackability@PoliTo all’interno del corso Tecnologie per la disabilità tenuto da Paolo Prinetto, 63 anni, Professore Ordinario presso il Politecnico torinese e presidente del Cini (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica), che abbiamo intervistato.

Nel suo corso gli studenti vengono educati alla diversità, oltre che alle tecnologie.
«Certo, la diversità è sempre un’opportunità e mai un problema: è il messaggio che voglio far passare agli studenti. D’altra parte, essi hanno avuto la possibilità di progettare soluzioni concrete per ragazzi disabili, coinvolti attraverso la Fondazione Paideia, con cui hanno lavorato e di cui hanno compreso le esigenze. Ciò è molto importante: il supporto derivante da un’appropriata progettazione delle tecnologie, da quelle informatiche a quelle mediche, è fondamentale. È dunque necessario rendere consapevoli i futuri progettisti dell’importanza che queste tecnologie ricoprono nella vita di molte persone».

Ingegneria e disabilità, quali sono i punti d’incontro? Da quale necessità è nato il corso e a chi è rivolto?
«I punti di incontro devono essere molteplici, proprio per la responsabilità sociale che tutti dobbiamo avere, gli ingegneri in particolare. Il corso è opzionale ed è offerto a tutti gli studenti del primo anno; nasce dalla necessità di sensibilizzare i futuri ingegneri ai problemi e alla responsabilità verso la disabilità».

Il corso è diviso in moduli: ci spiega brevemente tra cosa spaziano?
«Il corso copre aspetti diversi e complementari della disabilità, da quelle fisiche ai disturbi dell’apprendimento. Ha inoltre l’obiettivo di fare incontrare gli studenti sia con vari stakeholder sia, nel limite del possibile, con degli end-user».

L’approccio didattico parte dalle persone disabili e dalle loro difficoltà quotidiane? Come vengono affrontate queste ultime?
«Come dicevo prima, durante il corso stakeholder diversi, da famiglie con bambini disabili ad associazioni di volontariato, da medici a professori a direttori di centri per disabili, vengono in aula a raccontare e condividere le proprie esperienze. Insieme vogliamo poi provare a riflettere su come la tecnologia possa essere di aiuto nei vari ambiti. In particolare, ad esempio, la Fondazione Paideia di Torino ha coinvolto alcune famiglie con bambini disabili, come portatrici di bisogni specifici per il confronto con gli studenti. Abbiamo poi offerto ad alcuni gruppi di studenti la possibilità di cimentarsi in Hackability@PoliTo e in homework specifici. Alla fine del corso questi studenti hanno condiviso con i loro colleghi l’esperienza fatta».

Qual è stata la risposta dei suoi studenti?
«Sorprendentemente positiva: molti di loro si sono gettati a capofitto e con entusiasmo in questa avventura che per loro è decisamente nuova e inusuale, almeno presso il nostro ateneo».

Vi sono altri partner e qual è il loro contributo?
«Certamente sì: vorrei ricordare innanzitutto il Cini che, tramite il Laboratorio Nazionale AsTech ha permesso e finanziato la realizzazione di Hackability@PoliTo. La fondazione Asphi poi è una delle numerose associazioni di volontariato che ha condiviso con gli studenti la propria esperienza e i propri progetti. In seguito ovviamente i volontari che gestiscono Hackability e in particolare Carlo e Ludovico».

Pensa che il corso si possa integrare con altri offerti dal Politecnico?
«Sarebbe auspicabile poter offrire almeno un corso specialistico nella Laurea Magistrale nel quale gli studenti, avendo acquisito le capacità scientifiche e tecniche necessarie, avessero la possibilità di tradurre le loro esperienze in progetti di più ampio respiro».

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Categorie: Tecnologie, Università

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