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21 novembre 2016

TFF: Ab urbe coacta, cambiare si può

Il primo documentario italiano del Torino Film Festival è il ritratto di un uomo che sconvolge la sua vita abbandonando la periferia romana in cui è nato per andare in Africa

Stella Giorgio

Mauro Bonelli, il protagonista di Ab urbe coacta

Mauro Bonanni, il protagonista di Ab urbe coacta

«Non guardà il mare, che poi te vengono i pensieri». Sono le parole di uno dei due protagonisti del film Non essere cattivo di Claudio Caligari, giovani intrappolati nella vita di eccessi e di stenti della periferia romana degli anni ‘90, che pare non offrire alcuna redenzione. Si apre e si chiude in modo simile Ab urbe coacta, il primo documentario italiano del Torino Film Festival 2016, proiettato sabato 19 novembre al cinema Lux, in presenza del regista Mauro Ruvolo e del protagonista principale Mauro Bonanni.

AUTO, PORCHETTA E AL BANO
Tra i quartieri romani della Certosa e di Torpignattara seguiamo Mauro, detto “Barella”, uomo di strada dal cinico umorismo, rigorosamente espresso con battute in romanesco.
Il profilo importante, il braccio tatuato con un omaggio alla sua città, le magliette XL e le tute che indossa sempre, gli occhi chiari che si posano qua e là, su un’auto che sta per essere smantellata o semplicemente nel vuoto: Mauro appare così. Trascorre le sue giornate nell’autodemolizione che gestisce (in cui lavorano anche due migranti verso cui è al contempo diffidente e incuriosito), fra le corse in moto e in sidecar e le chiacchierate con gli amici più stretti e nelle piccole feste organizzate con loro, con porchetta alla romana e canzoni di Al Bano.
Motivo costante del film è l’amaro conflitto del protagonista, non ideologico o motivato dall’”invasione degli stranieri” – che come ricorda il regista mantengono la natura dei quartieri periferici raccontati, da sempre popolati e vissuti dagli “ultimi” – ma bensì una crisi interiore. Mauro infatti, sebbene radicato e bene inserito nella sua comunità, pare non trovare pace. L’avanzare della vecchiaia lo porta inesorabilmente a fare i conti con l’immagine di sé e a vivere sensazioni di solitudine e desolazione: non apprezza più la compagnia degli amici, sente spegnersi la passione per i motori, la moglie lo abbandona con un biglietto sul comodino. Tutto ben evidenziato da Ruvolo, la cui regia realistica e non didascalica semplicemente “segue” le azioni di Barella senza risultare intrusiva o forzata.
Le cose non vanno e Mauro decide di cambiare.

VAI IN AFRICA, CELESTINO!
Dimentichiamoci l’ambiente angusto dell’autodemolizione che apre il film: è un altro uomo quello raccontato nella seconda parte della pellicola, centrata sull’evoluzione interiore di Mauro, personaggio contraddittorio capace di prendere consapevolezza dei suoi paradossi e dei suoi limiti.
Allora parte, lascia la vita della Certosa per immergersi nel caos colorato e spaesante del Benin – che aveva già visitato in precedenza – e per avvolgersi di persone, visi, suoni, luoghi e usanze così distanti da lui. Va in Africa per ritrovarsi, pur mantenendo la sua essenza calda e scherzosa, le tute da ginnastica e l’immancabile dialetto romano che lo identificano e lo rendono un personaggio a suo modo virtuoso, perché in grado di mettere in atto una rivoluzione personale interiore del tutto inedita e inaspettata.
Il regista Ruvolo parla di Ab Urbe Coacta come di un «manifesto personale», un lavoro realizzato in 5 anni di cui egli stesso ha curato regia, riprese, montaggio e musiche. Un “one man project” che, spiega a fine proiezione, ha garantito la creazione di un legame di intimità e confidenza con il protagonista, oltre che una certa dose di soddisfazione.

 

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