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14 settembre 2018

La resistenza silenziosa degli Adivasi

Nel nord-est dell’India c’è un popolo dimenticato che rischia di scomparire come la giungla dove vive, il cui terreno è ricco di metalli e minerali: seconda parte di un viaggio nel subcontinente asiatico

Alice Dominese

Risaie Adivasi

Le risaie di Jareya

Quando nel 2000 il governo indiano ha deciso di ripartire i confini del territorio settentrionale, la regione del Bihar ha perso i suoi distretti meridionali e, incuneato fra Bengala occidentale e Orissa, è nato il Jharkhand. Un tempo coperto interamente di foreste, oggi la sua giungla è ridotta a un quarto. Con essa anche la popolazione tribale è stata decimata: Munda, Santhal, Oraon, Kharia, Ho e molte altre etnie autoctone – il popolo degli Adivasi – costituiscono circa un terzo sul totale di 27 milioni di abitanti della regione, la maggior parte dei quali vive sotto la soglia di povertà. Perché?

UNA REGIONE CREATA A TAVOLINO
Camminando fra i villaggi di Jareya, la rete di comunità non distante dalla capitale della regione, ci si accorge subito dell’importanza che la fitta vegetazione riveste nella vita degli Adivasi (“gli arrivati prima”), ovvero gli abitanti della zona. Campi sterminati di risaie, alberi di papaia, jackfruit, mango e litchi sono la fonte di sopravvivenza degli autoctoni, sempre però più costretti a trasferirsi o peggio, in alcuni casi, a scappare dalla giungla.
I terreni del Jharkhand, oltre a essere estremamente fertili e rigogliosi, nel sottosuolo contengono infatti beni ben più remunerativi. Si tratta di ferro, rame, bauxite, carbone, uranio, petrolio e oro: non è un caso se diciotto anni fa il Parlamento indiano ha scelto di ritagliare questa striscia di Bihar tanto redditizia quanto di non facile accesso, quasi a ghettizzare l’area in modo da controllarla ed espoliarla in maniera più efficace.

LA RESISTENZA PACIFICA
Oggi il Jharkhand si presenta così sempre di più come una miniera a cielo aperto e a risentirne duramente sono soprattutto i suoi abitanti. Colpiti dalla deforestazione, dagli sfratti e dagli acquisti illeciti dei propri terreni, gli Adivasi diminuiscono progressivamente, spopolando la regione e portando con sé il proprio ricchissimo patrimonio culturale.
Minare la stabilità della popolazione locale a partire dalla sua identità: questa sembra la strategia adottata dal governo per condannare alla sparizione gli Adivasi. Oltre agli interventi dei militari, che arrestano i giovani dei villaggi con false accuse di naxalismo (il movimento di taoisti ribelli al governo indiano), pratiche più subdole infatti sono servite negli anni ad allontanare le comunità dal Jharkhand. A questo scopo è stata intrapresa la decurtazione dei servizi primari per le persone, mentre sono in aumento gli istituti scolastici che impongono un’istruzione rapida mirata a sminuire il valore dell’attività agricola, formando invece impiegati da mandare fuori dalla regione con contratti di lavoro spesso fraudolenti.
Nel clima di tensione generale esistono tuttavia numerosi centri di attivismo che in nome della lotta pacifica offrono assistenza legale e formazione giuridica al popolo Adivasi. Come dice il missionario gesuita e attivista Stan Swamy: «E’ necessario opporsi e capire che quello che viene fatto in Jharkhand è contro l’intera umanità».

 

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Categorie: Intercultura, Primo piano

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