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15 gennaio 2019

Il lato oscuro del business hi-tech

Inquinamento “prodotto” dalle mail, obsolescenza programmata e tecnologia “solidale”: un viaggio fra etica e impatto ambientale

Luca Ferrua

L’obsolescenza programmata è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto

Sono trascorse tre settimane da Natale e molti di noi hanno trovato sotto l’albero un regalo hi-tech: magari un nuovo cellulare, un videogioco appena uscito o un recentissimo assistente personale come Amazon Echo o Google Home, che promette di trasformare casa nostra in un luogo ameno dove basta parlare per pulire per terra.
Tutto questo perché oramai siamo abituati a vivere in un mondo dove l’alta tecnologia è onnipresente e in continua evoluzione, ma proprio per questo sempre più spesso non badiamo alla “filiera tecnologica” e al suo impatto sul mondo.

QUANTO INQUINA UNA EMAIL?
Può sembrare banale, ma nell’arco di una giornata inquiniamo più di quanto pensiamo, spesso in modi che non avevamo calcolato. Questo perché la moderna tecnologia funziona a energia elettrica prodotta principalmente tramite combustibili fossili: basti pensare che secondo uno studio britannico l’invio di una mail equivale a produrre 4 grammi di CO2.
Ne consegue che in un mondo con più smartphone che persone in un anno la spam (posta indesiderata) inquina come tre milioni di automobili, mentre l’intero web causa l’immissione nell’atmosfera di oltre 800 milioni di tonnellate di CO2.

CELLULARI USA E GETTA
A questo bisogna aggiungere la vita media dei dispositivi che acquistiamo. Spesso infatti uno smartphone dura in media due anni: ciò può essere frutto di cattiva manutenzione o del naturale decorso di un prodotto deteriorabile, ma quando un dispositivo viene realizzato in modo da non essere più utilizzabile dopo un certo tempo, allora si parla di obsolescenza programmata. L’esempio più classico è proprio quello della batteria non removibile degli smartphone o lo sviluppo di aggiornamenti che rallentano dispositivi ancora funzionanti, cosa che l’anno scorso ha portato a una storica sentenza nei confronti di big come Apple e Samsung.
Che sia pianificata dal costruttore o percepita dal consumatore per moda e pubblicità, l’obsolescenza tecnologica ha fatto crescere enormemente anche l’inquinamento da e-commerce: con oltre 15 milioni di consegne al mese, tutte trasportate solo su strada, il traffico è raddoppiato in cinque anni mentre gli imballaggi di plastica sono aumentati del 200% dal 2006.

UN MERCATO FAIRTRADE
Scendendo ancora più nel dettaglio della filiera tecnologica arriviamo in Congo, dalle cui miniere vengono estratti coltan e cassiterite, minerali alla base dei moderni componenti elettronici detti conflittivi perché la loro estrazione è in mano alle mafie africane.
Tutti i colossi tecnologici finanziano questo mercato, ma da qualche anno si iniziano a vedere aziende che puntano a un commercio equo e solidale. Un esempio è Fairphone, azienda olandese che produce smartphone modulari con minerali da mercato libero, oppure il tedesco Posteo, provider email che fornisce servizi ecosostenibili grazie a fonti di energia rinnovabile e appoggiandosi a banche etiche, o ancora il Zero Impact Web, progetto dell’italiano LifeGate nato per sensibilizzare e ridurre il consumo di CO2 prodotto dal web.

 

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Categorie: Tecnologie

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