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16 gennaio 2019

La dura vita da creativi

Un giovane può permettersi di vivere come freelance? Lo abbiamo chiesto a Giulia Muscatelli,  pubblicitaria torinese curatrice del libro Brave con la lingua, raccolta di racconti di 14 autrici italiane

Giovanni Mauriello

Giulia Muscatelli

Fino a qualche anno fa chi aspirava a fare della propria creatività un mestiere tendeva a nascondersi: meglio non esporsi troppo, meglio non dare l’impressione di essere un illuso. Tra le nuove generazioni, invece, sempre più spesso la caparbietà viene premiata, e il creativo è a tutti gli effetti divenuta una professione. Per fortuna, in alcuni casi ambizione fa rima con talento.
Ne è un esempio Giulia Muscatelli: torinese doc, classe 1989, solare quanto intelligente, di mestiere scrive, progetta, idea. Abbiamo fatto due chiacchiere con lei per farci raccontare di più sul suo lavoro.

Descrivi in poche parole la tua professione.
«”Che lavoro fai?” è una domanda che mi spaventa sempre tantissimo, perché penso che ogni giorno la risposta potrebbe cambiare. Comunque ci provo: sono una pubblicitaria. Scrivo articoli di approfondimento sulle tematiche di genere, mi occupo di progetti di comunicazione per le aziende e per l’editoria, insegno scrittura creativa nelle scuole. Sono l’ideatrice del progetto e curatrice del libro Brave con la lingua – Come il linguaggio determina la vita delle donne, che raccoglie i racconti di 14 autrici italiane. Sto lavorando alla stesura del mio primo libro».

A proposito di Brave con la lingua, ha fatto molto parlare di sé: parlaci della sua gestazione.
«Brave con la lingua per me nasce da un’esigenza, tanto di condivisione quanto di espressione. E nasce da un desiderio che si è fatto sempre più forte negli anni in cui stavo diventando una donna. Per molto tempo nel corso della mia vita, dall’adolescenza a oggi, ho combattuto contro chi pretendeva di riassumermi in una definizione, collocandomi così in un posto ben preciso secondo la loro opinione, senza mai domandare quale fosse la mia. Quando è arrivata la proposta della casa editrice, ho pensato fosse il momento adatto per tirare fuori delle questioni e confrontarmi con gli altri».

La nostra è una generazione di creativi: pensi sia più facile o più difficile oggi monetizzare il proprio talento artistico rispetto ad esempio a vent’anni fa?
«Non saprei dirti come si viveva con una Partita Iva vent’anni fa, ma sono figlia di un giornalista e quello che so è che mio padre e mia madre hanno assicurato alla nostra famiglia un ottimo tenore di vita nonostante le tasse. Oggi io sono sempre combattuta tra quello che amo fare e il fatto che devo pagare l’affitto, e la consapevolezza che quello che amo fare sovente non ha un compenso abbastanza alto. Io sono stata fortunata, o forse ho solo fatto delle scelte precise perché, anche se in ambiti diversi, riesco a vivere della mia passione: la scrittura. Ma è dura, convivo con la frustrazione, con pochissimo sonno, con l’ansia delle scadenza e la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto ai miei sogni. Non credo di vivere in un Paese che agevoli la creatività e neanche che le dia l’importanza che merita. Ci mancano ancora umanità ed empatia per comprendere che uno Stato senza creativi è uno Stato destinato a appiattirsi sempre di più».

 

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