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29 gennaio 2019

I sogni di Sandy Skoglund in mostra a Torino

Fino al 24 marzo Camera ospita i lavori della fotografa statunitense: fra pesci volanti e scene surreali, un viaggio ai confini della realtà

Fabio Gusella

Particolare di Revenge of the Goldfish

Se siete persone tendenzialmente razionali, uomini e donne con i piedi per terra, questa non è una mostra per voi. Parliamo di Sandy Skoglund, Visioni ibride, prima antologica dell’artista statunitense classe 1946, una surreale esposizione curata dal celebre storico dell’arte Germano Celant e visitabile fino al 24 marzo presso gli spazi di Camera – Centro Italiano per la Fotografia.

UNA CREATRICE DI IMMAGINI
È difficile definire un’artista completa come la Skoglund, che di sé dice «Più che una fotografa, una scultrice o una pittrice, sono una creatrice di immagini». Cominciamo, dunque, proprio da alcune immagini: la mostra riunisce infatti oltre 100 lavori tra cui fotografie, sculture e installazioni, tutte opere provenienti da diverse collezioni private e dallo studio dell’artista.
Il percorso espositivo è suddiviso in più sale, ciascuna delle quali intende raccontare una fase della lunga e florida produzione artistica della Skoglund: si comincia dalle prime serie fotografiche realizzate nel cuore degli anni Settanta per approdare alle ultime immagini create nel Terzo Millennio. Al di là della specificità di ogni lavoro, il minimo comune denominatore dell’esposizione è la profonda attrazione nutrita dall’artista per il mondo dei sogni e delle visioni. Pertanto, come al mattino cerchiamo di raccontare i sogni appena conclusi, così ci apprestiamo a raccontare una mostra che proprio a un sogno sembra somigliare.

LA MACCHINA DEI SOGNI
Una tra le prime fotografie in esposizione è Revenge of the Goldfish (1981), una visione onirica in cui due persone sono immerse in una stanza completamente azzurra, nella quale galleggiano a mezz’aria decine di pesci rossi. Quest’opera, con la sua atmosfera squisitamente surreale, inaugurò la cosiddetta “Staged Photography”, una nuova tecnica fotografica che consente all’artista di creare immagini dal nulla all’interno di un set artificiale. Una sorta di “macchina dei sogni” che ricorda, a ben vedere, il funzionamento della nostra mente durante il sonno.
Comprendiamo, dunque, di trovarci all’interno di una visione di Skoglund, visitatori e intrusi in un sogno altrui. E proprio come nei sogni, ciò che è familiare nelle nostre vite cessa di esserlo, diventando così estraneo e inquietante: “Ho usato interni domestici come luoghi familiari che posso trasformare in luoghi non familiari”, leggiamo su una delle pareti della mostra. Ecco, dunque, che nulla risulta più disturbante di una scena domestica: in Radioactive Cats (1980), ad esempio, un’altra stanza monocolore è infestata di gatti di colore verde acido, dei quali sono esposti alcuni modelli in resina. Il confine tra realtà e finzione comincia così ad assottigliarsi.

Particolare di The Cocktail Party

CIBO E COLORI COME NON LI AVETE MAI VISTI
Nel corso degli anni Ottanta, la Skoglund intuisce che anche il semplice contrasto fra colori può dar luogo a sensazioni di disagio. Nascono così lavori come Fox Games (1989), in cui un branco di volpi rosse invade il set di un ristorante completamente grigio. Tuttavia, come già nel caso dei pesci e dei gatti, anche qui gli animali sembrano non essere notati dalle poche figure umane presenti sullo sfondo delle fotografie: tutto sembra normale nell’assurdità e tutto sembra assurdo nella normalità. Proprio come avviene nei sogni.
«Uso il cibo perché è un altro modo per usare qualcosa di familiare in un modo che sia non familiare», afferma l’autrice riferendosi a opere come Spirituality in the Flesh e Body Limits, entrambi lavori del 1992 che presentano il cibo da una prospettiva insolita e dissonante. Nelle due opere, le figure umane e il set circostante sono interamente ricoperti di carne cruda macinata e pancetta. Infine, in The Cocktail Party (1992), i partecipanti a una festa sono avvolti da patatine al formaggio, sospesi in un’attesa irreale e minacciosa. Per farvi un’idea della lunga preparazione del set, date un’occhiata a questo video.
Dal 1992 al 1997, le storiche sculture della Skoglund escono dai set fotografici e invadono la nostra realtà: i cani modellati in resina già impiegati sul set di The Green House (1990) due anni più tardi vengono fotografati su una spiaggia in Dogs at the Beach (1992), mentre i celebri gatti verdi “traslocano” a Parigi nella litografia Cats in Paris (1993).

FORZA E DEBOLEZZA DELLA MOSTRA
Verso la fine del percorso, i lavori dell’artista sembrano però subire un calo creativo: escluse alcune eccezioni (Raining Popcorn, 2001), lo stile diventa via via più scarno e ripetitivo e quelli che avrebbero dovuto essere i “punti forti” della mostra, ossia i lavori più recenti e digitalmente più sofisticati (Fresh Hybrid, 2008; Winter, 2018), risultano invece artisticamente stanchi.
Ciononostante, è una mostra sicuramente all’altezza delle aspettative. Se, come diceva Jung, “Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima”, Sandy Skoglund è riuscita nel suo intento: permetterci di varcare quella piccola porta, alla scoperta della sua anima.

 

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Categorie: Cultura

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