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8 marzo 2019

Gender gap, un po’ di numeri per l’8 marzo

Le ricerche evidenziano dati preoccupanti nella disparità fra uomini e donne nel settore economico e politico, mentre decolla il livello dell’istruzione femminile

Alice Dominese

La disparità di genere è ancora forte nel lavoro nella politica

Questo articolo parla di numeri. In particolare di quelli messi in luce in occasione dell’ultima edizione del World Economic Forum (Wef) di Davos, in Svizzera, dove a gennaio è stato presentato il Gender Gap Report 2018.
Nei 149 Paesi analizzati, le quattro categorie di riferimento scelte per indagare la forbice che separa le donne dagli uomini sono le opportunità economiche, l’istruzione, la salute e il ruolo politico. Partiamo da un dato generale: a livello globale, l’indice della disparità di genere è diminuito rispetto al passato, ma non è un fatto scontato. La decrescita delle disuguaglianze infatti non è stata né rapida né costante, anzi, solo nel 2017 il divario è aumentato e in modo preoccupante, soprattutto a causa delle scarse opportunità di miglioramento economico accessibili alle donne.

Tuttavia, nel campo dell’istruzione femminile sono stati fatti importanti passi in avanti e l’indice del 2018 ne ha ricavato una forte spinta verso l’alto, attestandosi al 68%. Questa cioè la capacità media degli Stati di colmare il divario economico, politico, educativo e sanitario fra donne e uomini.
Se il trend mondiale è quello di lottare sempre di più contro l’analfabetismo femminile, uno dei record più alti per quanto riguarda la parità di partecipazione al percorso formativo appartiene all’Italia, che possiede un indice di successo pari quasi al 100%, dicono i dati Wef. Dai banchi di scuola fino all’università, ciò significa che nel nostro Paese non esistono più ostacoli discriminanti all’acceso agli studi.

In Italia le donne laureate superano gli uomini di 6 punti percentuali, ma questo non basta a far raggiungere loro posizioni lavorative più qualificate, né a farle guadagnare lo stesso salario a parità di occupazione svolta. Non deve stupire, allora, se nella graduatoria generale del Gender Gap Index ci collochiamo all’82° posto, fra Messico e Myanmar, con un peggioramento sostanziale rispetto al 2017, quando occupavamo la 41a posizione. Come a dire che, se a livello globale la parità fra i sessi è goffamente proceduta verso un parziale miglioramento, dal punto di vista italiano i risultati sono ancora insoddisfacenti.

Le disuguaglianze economiche e lavorative, insomma, continuano a pesare. Accanto all’analisi del Wef, i dati dell’Istituto statistico nazionale parlano chiaro. Secondo l’Istat, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’incremento relativo dell’occupazione femminile, che supera del 74% quella maschile. Le donne, quindi, lavorano più degli uomini e dai sondaggi risultano meno insoddisfatte dei loro colleghi riguardo alla propria condizione lavorativa, eppure guadagnano di meno: solo il 57% del reddito degli uomini.
Il gap maggiore, però, consiste nella disparità dei ruoli di potere. Su 149 Paesi coinvolti nello studio, 17 vedono la presenza di donne come Capi di Stato, mentre solo il 24% delle donne nel mondo possiede incarichi parlamentari e il 18% incarichi ministeriali. Allo stesso modo sono scarsi i livelli di coinvolgimento delle donne ai vertici delle aziende, il 34% per l’esattezza, con un’impennata eccezionale che negli ultimi anni ha però consentito a Colombia, Jamaica, Filippine e Bahamas di raggiungere la parità nell’occupazione manageriale.

La classifica dei Paesi con il più alto valore di equità di genere, in effetti, è variegata. Islanda, Norvegia e Svezia sul podio forse non stupiscono, ma basta guardare oltre al quarto posto della Norvegia per scoprire una situazione geografica più diversificata: Nicaragua, Rwanda, Filippine e Namibia entrano nella top ten superando la media di Europa e Nord America, che con oltre il 76% e il 73% trainano il Gender Gap Index del pianeta.

 

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Categorie: Economia, Primo piano

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