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12 marzo 2019

Dal Pil al debito pubblico, il legame tra i concetti macroeconomici

Per avere un quadro più chiaro della situazione economica è importante comprendere i concetti alla base di termini come Prodotto Interno Lordo, complessivo e procapite, e inflazione 

Alessio Colella

Prosegue la nostra rubrica finanziaria grazie alla collaborazione con Starting Finance, un network universitario diffuso su tutto il territorio nazionale, che ha l’obiettivo di promuovere la cultura finanziaria sia dentro che fuori dai luoghi di studio. In particolare, a rappresentare il Club SF Torino è Matteo Fatale, con cui affronteremo i temi di Pil, inflazione, crescita e debito pubblico.

PIL E INFLAZIONE
Il Prodotto Interno Lordo è una misura di contabilità nazionale ed è dato dal valore finale di tutti i beni e servizi prodotti all’interno del Paese in un dato periodo di tempo. Dal punto di vista tecnico è espresso dalla formula Y = C+I+G+(X-M), dove Y è il reddito nazionale (Pil) ed è formato dalla somma dei consumi delle famiglie (C), degli investimenti delle imprese (I), della spesa pubblica (G) e dal saldo tra esportazioni ed importazioni (X-M). Sono esclusi i beni e servizi prodotti da imprese e lavoratori italiani all’estero.
Questa rappresentazione misura il valore nominale del Pil e si dice che è espresso in moneta attuale. L’ammontare del Pil italiano nel 2018 è pari a circa 2.000 miliardi di dollari, inclusi gli oltre 200 miliardi derivanti dall’economia sommersa, ovvero le attività illegali e il lavoro irregolare.

Come evidenzia il grafico, il reddito nazionale è cresciuto dal 1960 fino ai primi anni del 2000, salvo poi diminuire dal 2008 a causa della crisi dei mutui sub-prime e ulteriormente dal 2012 per via della crisi del debito sovrano.
Altro indicatore è il Pil procapite, ossia il valore del prodotto interno lordo sulla popolazione complessiva della nazione. Nel 2018 si è attestato intorno ai 33 mila dollari, contro i 45 mila dollari dei tedeschi e i 40 mila della Francia. Questo indicatore ci consente di valutare la ricchezza disponibile per ciascun cittadino di un certo Paese. Può essere un metro di giudizio del benessere, ma bisogna porre attenzione sul fatto che non tiene conto della distribuzione della ricchezza, del livello dei prezzi e di fattori non monetari come la qualità della vita.
In riferimento al livello dei prezzi, è importante considerare la loro variazione di anno in anno. Per questo motivo bisogna calcolare il prodotto interno lordo rapportato ai prezzi di un anno base per stabilire il vero potere di acquisto. Questa grandezza fondamentale è chiamata Pil reale. Possiamo così valutare la ricchezza di una nazione indipendentemente da quanto siano cresciuti (o diminuiti) i prezzi nel tempo. Infatti, è facile immaginare che, se i prezzi di tutti i beni raddoppiassero da un anno all’altro, il nuovo Pil nominale sarebbe molto più grande rispetto a quello dell’anno precedente a parità di quantità vendute, con l’inganno di aver registrato un ottimo miglioramento. Al contrario, il Pil reale subirebbe l’effetto opposto perché il potere d’acquisto risulterebbe di fatto dimezzato: se i beni costassero il doppio, potrei comprarne la metà.
Proprio questo indice è il punto di partenza per spiegare un altro concetto importante: l’inflazione. Il termine indica la variazione del livello dei prezzi tra due periodi. Se, ad esempio, l’inflazione sale del 3%, i prezzi dei beni aumentano mediamente dello stesso valore. Se l’inflazione cresce più di quanto cresce il Pil nominale, si ha una perdita del potere d’acquisto, che si traduce in una minore possibilità di comprare. Quando succede l’opposto, ovvero il Pil nominale cresce più dell’inflazione, il potere d’acquisto aumenta perché i redditi crescono più dei prezzi.
Un caso di attualità interessante riguarda la situazione del Venezuela, dove l’inflazione ha toccato livelli altissimi e di conseguenza il potere di acquisto è estremamente basso: un analgesico costa metà dello stipendio di un impiegato.

CRESCITA E DEBITO
La crescita del Pil è fondamentale perché misura l’aumento della produzione interna di un Paese, che ha ovviamente effetti diretti sui redditi della popolazione e sul tasso di occupazione.
Proprio come una famiglia, anche lo Stato ha delle entrate e delle uscite. Le entrate sono rappresentate dalle tasse, mentre le uscite si traducono in spesa pubblica e trasferimenti. La spesa pubblica è composta dagli stipendi dei dipendenti pubblici, dai costi della pubblica amministrazione e da tutti gli investimenti statali, ad esempio la costruzione di strade o ponti. I trasferimenti sono, invece, rappresentati da contributi elargiti in favore di determinati soggetti, cittadini o imprese. Un classico esempio di trasferimento è dato dal reddito di cittadinanza.
Quando le uscite sono maggiori delle entrate si crea il cosiddetto deficit di bilancio: denaro che lo stato deve necessariamente chiedere in prestito, ad esempio tramite l’emissione di titoli di stato. La somma dei deficit, anno dopo anno, va a costituire il debito pubblico. È chiaro che questo debito deve essere ripagato con gli interessi maturati, quindi è bene che il Pil sia adeguato al livello dell’indebitamento, in modo che quest’ultimo sia sostenibile.

 

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Categorie: Economia, Primo piano

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