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14 marzo 2019

Cosa significa oggi essere femminista?

Breve guida per orientarsi tra le questioni di genere e per sciogliere alcuni dubbi sul tema

Giovanni Mauriello

Un celebre manifesto femminista

Con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti e a gran parte del resto d’Europa, anche in Italia il dibattito sulle tematiche di genere ha finalmente preso piede e si avvia a trovare una propria collocazione. Aumenta il numero di corsi universitari dedicati ai gender e queer studies (il campo di studi che si occupa di queste materie) e sempre più persone, soprattutto tra le nuove generazioni, si definiscono femministe.
Per informarsi sul tema esistono molte opportunità: online – tramite, ad esempio, le tante riviste specializzate o i numerosi video divulgativi che circolano su YouTube – come offline, in contesti accademici (ad esempio durante le conferenze e i laboratori organizzati dal CirsDe – Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere) o anche tramite i diversi collettivi femministi attivi a Torino, facilmente rintracciabili sul web.
Può capitare tuttavia che chi, per i più svariati motivi, è ancora lontano dall’approfondire questi argomenti, possa trovarsi in difficoltà nel comprendere alcuni concetti basilari.

UN LESSICO RICCO
Le forti lacune da parte di una buona fetta della popolazione italiana sono evidenti fin dal termine femminismo, il quale sempre troppo spesso viene confuso con misandria (l’odio verso gli uomini). Essere femminista, in verità, non è affatto equiparabile a essere maschilista, giacché l’idea (teorica, comportamentale, politica, filosofica) che è alla base del femminismo mira a una concezione egualitaria tra i generi e non alla supremazia di uno di essi.
Fatta chiarezza su questo punto, è un dato di fatto che la stragrande maggioranza delle definizioni proprie delle argomentazioni femministe sono rimaste invariate rispetto alla terminologia originale statunitense. Ciò complica non poco la comprensibilità di certi termini a chi non è solito masticarli: per fare un esempio. il termine mansplaining – ovvero l’atteggiamento supponente e paternalista di un uomo che si sente in diritto di spiegare qualcosa a una donna nonostante quest’ultima non ne abbia bisogno – è senz’altro più intuibile da parte di una persona che comprende l’inglese piuttosto che da chi parla solo l’italiano. Le ragioni sono molteplici e vanno dalla indubbia egemonia americana in questo campo di studi alla, ancora più significativa, natura (più) inclusiva della lingua inglese.
In ogni caso, per definirsi femministi è bene conoscere le istanze principali di questa causa, fossero pure i concetti più semplici e alla portata di tutti; senza l’ambizione, dunque, di scomodare le teorie femministe che hanno animato il dibattito filosofico dello scorso secolo e che a tratti svettano tra speculazioni più innovative.

INTERSEZIONALITÀ COME FORMA MENTIS
Alla base della contestazione femminista, per ridurla in poche parole, c’è una netta presa di posizione contro un mondo a misura d’uomo e non a misura di persona. La storia dell’umanità infatti è ridotta a una forma unica di rappresentazione, che pone al suo centro l’uomo (bianco e occidentale) ed esclude ciò che la società lascia ai margini. Questo spiega la naturalezza con la quale la battaglia femminista si è spesso intrecciata con le cause di altri segmenti della popolazione afflitti dallo stesso trattamento: dalle cause queer (le frange lesbiche, ad esempio, sono storicamente parte vitale delle lotte femministe, così come i movimenti omosessuali o l’attuale posizionamento transfemminista) a quelle della comunità nera (soprattutto afro-americana) che si batte contro il razzismo.
Per sua natura, dunque, il femminismo è intersezionale, ovvero tiene conto delle diverse forme di oppressione che si intersecano con quelle dovute al genere: classismo, razzismo, omotransfobia e via per una scala di privilegi che va dal più forte al più debole.
L’intersezionalità femminista, con una buona dose di ottimismo, mira a diventare una vera e propria forma mentis: un modo di concepire l’alterità, di non temerla ma anzi di facilitarne la connessione con la propria identità.
L’uomo bianco e occidentale, è bene specificarlo, non è il nemico; è anzi lui stesso ingabbiato in uno stereotipo e posto sul trono di un sistema che gli chiede di abdicare per la libertà di tutti, lui compreso. E l’obiettivo di ogni battaglia è sempre e solo uno: la libertà.

 

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Categorie: Cultura, Primo piano

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