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15 Gennaio 2020

Torino ha sei nuove pietre d’inciampo

Una studentessa, una famiglia di artigiani, un partigiano e un militante socialista: a loro sono dedicate le nuove targhe dell’iniziativa in ricordo di chi morì nei campi di sterminio

Silvia Bruno

Mani che tengono la pietra d'inciampo di Tranquillo Sartore

Una delle pietre d’inciampo posate ieri

Qui abitava…”. Inizia così gran parte delle iscrizioni incise sulle pietre d’inciampo, il progetto dell’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista. In pochi anni in Europa ne sono state posate 72mila e dal 2015 se ne trovano anche a Torino: ieri mattina si è svolta la cerimonia pubblica per l’istallazione di tre delle nuove sei targhe, che portano in tutto a 114 quelle presenti nella nostra città.
L’iniziativa è promossa dal Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino, la sezione cittadina dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned) e il Goethe Institut Turin.

Le pietre di inciampo sono placche di ottone montate su cubetti di cemento che vengono poi incassati nella pavimentazione davanti all’ultima abitazione della vittima o nei pressi di un luogo per lei particolarmente significativo. Per esempio quest’anno una delle targhe è stata posata all’ingresso del liceo Cavour, frequentato dall’allora giovanissima studentessa Marisa Ancona, mentre le altre hanno trovato collocazione di fronte a quelle che furono le case della famiglia Colombo (Alessandro, Wanda ed Elena), di Tranquillo Sartore e di Francesco Staccione. Persone normali travolte dalla furia della storia, portate via dalla loro vita e destinate a morire lontano dalle loro radici.

Marisa era nata nel 1926. L’emanazione delle leggi razziali del 1938 le impedì di continuare a frequentare il Ginnasio del Liceo Classico Cavour, che all’epoca comprendeva anche le scuole medie.
Probabilmente a causa dei bombardamenti su Torino sfollò nel Canavese, dove nel 1944 fu arrestata con il padre e il fratello per essere rinchiusa prima nel carcere di Ivrea e poi nel campo di concentramento speciale di Fossoli (MO), dove rimase qualche mese prima della deportazione ad Auschwitz. Qui Marisa superò la prima selezione ma dopo un anno si presume che fu costretta a prendere parte a una delle cosiddette “marce della morte” per il trasferimento nel campo di Bergen Belsen, dove morì poco prima dell’arrivo degli alleati, nel febbraio 1945.

La famiglia Colombo possedeva un’azienda di imballaggi per dolci, in attività fino al 1939. Pensando di lasciare la figlia Elena al sicuro presso un’istituzione di carità, Alessandro si rifugiò con la moglie a Forno Canavese, ma furono arrestati dai tedeschi e portati in carcere prima a Torino e poi a Milano, da cui furono deportati ad Auschwitz. Qui la moglie Wanda non passò la prima selezione e fu presto mandata alle camere a gas, mentre Alessandro sopravvisse fino al novembre ’44.
Intanto anche Elena era stata deportata nello stesso campo dove morì subito, undicenne, senza più rivedere i suoi genitori.

Tranquillo Sartori aveva una moglie, cinque figli e un lavoro come operaio quando diventò partigiano. Fu arrestato più volte fino alla consegna al comando tedesco, che lo deportò a Mauthausen; qui fu classificato come prigioniero politico e morì nel 1944, a 40 anni.
Una sorte simile toccò a Francesco Staccione, classe 1894, fin da giovanissimo militante del partito socialista e organizzatore di attività di opposizione nelle fabbriche torinesi. Questo gli costò l’ultimo arresto nel marzo 1944, prima con detenzione a Torino e poi a Firenze. Anche lui fu deportato a Mauthausen, dove un anno dopo fu registrata la sua morte.

La posa delle pietre d’inciampo di ieri ha inaugurato gli eventi organizzati dal Polo del ‘900 a Torino per il Giorno della Memoria 2020, che termineranno il 6 febbraio.

 

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Categorie: Cultura, Primo piano

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