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22 Maggio 2020

Dal Rococò alla quarantena: l’arte per capire il presente

Ripercorrendo vita e opere di due pittori di epoche diverse, Watteau e Vassiliou, abbiamo trovato alcuni spunti di riflessione sul periodo che stiamo vivendo

Fabio Gusella

Cosa hanno in comune un pittore francese del Settecento e l’attuale situazione di emergenza? Pur consumato dal tempo, un quadro conserva spunti che ancora oggi possono risultare attuali. Due artisti come Jean-Antoine Watteau (1684-1721) e Spyros Vassiliou (1903-1985) si dimostrano infatti sorprendentemente “contemporanei”, soprattutto di questi tempi.

Dipinto con uomo vestito di bianco e personaggi sullo sfondo - Jean-Antoine Watteau, Pierrot

Jean-Antoine Watteau, Gilles

ANTOINE WATTEAU: LUSSO E SOLITUDINE
Nato nel 1684 nel paese di Valenciennes, a 18 anni Watteau si trasferisce a Parigi per inseguire un sogno: diventare pittore. Lavorando come assistente in una bottega familiarizza con le maschere della Commedia dell’Arte, che lo influenzeranno a tal punto da farlo diventare il pittore delle cosiddette “feste galanti”, scene di idillio campestre nelle quali rappresenterà aristocratici e maschere teatrali. Uno dei suoi quadri più celebri è infatti l’olio su tela intitolato Gilles, anche noto come Pierrot detto Gilles, realizzato fra il 1718 e il 1719 e oggi custodito al Louvre.
In primo piano vediamo appunto Pierrot, la celebre maschera della Comédie italienne: è in piedi, solo, con un’aria malinconica, mentre alle sue spalle si stagliano altri personaggi teatrali e un asino. Il suo volto e i colori “appassiti” della natura circostante evocano un’aria stantia di abbandono. Benché si trovino in compagnia, i personaggi di Watteau sembrano spesso infatti sul ciglio della solitudine: socievoli ma solitari, vicini ma allo stesso tempo irrimediabilmente lontani. È soprattutto quest’ultimo aspetto che fa di Watteau un pittore eccezionalmente “moderno”, specialmente in un periodo di distanziamento sociale.
Poco dopo aver finito la tela dedicata a Pierrot, Watteau si recherà in Inghilterra per trovare una cura a sempre più gravi problemi di salute ma è presto costretto a tornare in Francia, dove a soli 36 anni morirà per una laringite tubercolare. Purtroppo, il suo stile tramonterà insieme a lui e per considerare “attuali” le sue opere bisognerà attendere il Romanticismo. Oppure il 2020.

Dipinto con fondo blu e barche, un ombrello e un lampione - Vassiliou, Thessaloniki

Spyros Vassiliou, Thessaloniki

SPYROS VASSILIOU: LA VITA SOSPESA
È il 1903 e nella cittadina costiera greca di Galaxidi, vicino a Delfi, nasce Spyros Vassiliou. Quando ha 18 anni i suoi concittadini fanno una colletta per consentirgli di frequentare la prestigiosa Scuola di Belle Arti di Atene. Otto anni più tardi, nel 1929, il giovane pittore inaugura la sua prima mostra personale, avviando così quella che nei decenni successivi sarà una brillante carriera artistica, che lo porterà a rappresentare il suo Paese per ben due volte alla Biennale di Venezia, a esporre al Guggenheim di New York e in decine di gallerie internazionali.
Prendendo in considerazione opere come Il porto (1966), Thessaloniki (1969) o Eretria (1982) notiamo come durante tutto il suo percorso artistico Vassiliou abbia usato sfondi monocromatici, sui quali amava dipingere barche a vela, lampade, ombrelli e altri oggetti familiari, che invece di subire la forza di gravità paiono galleggiare nel vuoto di un fondale blu mare. Simili “assembramenti” di cose sembrano quindi non appartenere più all’essere umano, una creatura d’altronde non prevista nel mondo descritto dal pittore, in cui esistono solo scenari dal sapore astratto in cui gli oggetti vivono in un’eterna sospensione spaziale e temporale. Ciò che galleggia è l’attesa.
Questa sensazione risulta oggi straordinariamente attuale: da tre mesi tutto è diventato più lento e sospeso e solo da qualche giorno ci stiamo lentamente riabituando alla vita. Così come le nostre città apparivano “galleggianti” e silenziose durante la quarantena, anche la realtà descritta dall’artista non ha l’aria di essere abitata e vissuta, ma pare piuttosto una scenografia “apparecchiata” in attesa che i suoi proprietari, gli esseri umani, siano di ritorno. Non è infatti un caso che, come Watteau, anche Vassiliou subisse il fascino del teatro, dedicandosi per anni al disegno di scenografie e costumi da lasciare “sospesi” sul palcoscenico, in attesa che gli attori tornassero in scena.
E noi, siamo pronti a “rientrare in scena”?

 

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Categorie: Cultura, Primo piano

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