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6 Luglio 2020

Stefano, dal Politecnico di Torino alla Nasa

La nostra rubrica sui giovani italiani negli Usa continua con un ingegnere che dopo la laurea ha iniziato a lavorare all’agenzia spaziale americana

Giovanni B. Corvino

Ragazzo sorridente in maglietta bianca e braccia conserte davanti a logo Nasa - Stefano Cappucci

Stefano Cappuci, 29 anni, lavora alla Nasa

Stefano Cappucci, 29enne nato e cresciuto in provincia di Reggio Emilia, si è trasferito poco dopo la maturità a Torino, dove ha frequentato il Politecnico e conseguito la laurea in Ingegneria aerospaziale. Ora vive a Los Angeles ed è un thermal system engineer al Jpl (Jet Propulsion Laboratory), centro dedicato alla progettazione, lo sviluppo e la costruzione delle sonde spaziali della Nasa.
Com’è riuscito ad arrivarci? A parlarcene è proprio lui, raccontandoci dei sacrifici necessari da compiere se si vogliono realizzare i propri sogni.

Come sei stato selezionato per la Nasa?
«Al secondo anno del Politecnico ho assistito a un incontro con Charles Elachi, ex direttore del Jpl. Da quel momento ho lavorato per cercare di essere selezionato per uno stage. Per arrivare alla Nasa, quella era la mia chance migliore. Così durante la laurea magistrale sono entrato a far parte del Cubesat Team, gruppo di studenti, dottorandi e ricercatori del PoliTo a cui durante gli studi è data l’opportunità di lavorare a una vera e propria missione spaziale. Io mi sono occupato dell’analisi termica del cubesat E-st@r II. È stata un’esperienza bellissima, che mi ha permesso di essere selezionato per partecipare a un programma di internship con il Jpl. Pertanto, a ottobre 2015 sono andato in California, dove ho lavorato sei mesi alla mia tesi di laurea magistrale. Concluso il periodo, il mio supervisore mi ha chiesto se fossi disposto a trasferirmi definitivamente per lavorare al Jpl a tempo pieno e così ho fatto, dopo la laurea nel 2016. Non avevo dubbi sul fatto che avrei accettato. È un’occasione che ti capita una volta nella vita. Sono felicissimo e mi ritengo molto fortunato di poter lavorare in questo ambiente».

Eri già stato in California?
«No, non avevo mai visitato gli Stati Uniti prima. È stato uno shock culturale abbastanza importante, ma l’ho accolto a braccia aperte, tanto che la prima settimana l’ho fatta in couchsurfing, ospitato da ragazzi che mi hanno offerto un posto dove dormire mentre cercavo una stanza da affittare».

Com’è la tua vita oggi?
«Vivo qui da cinque anni ormai. La considero come un’altra casa. Credo che la California sia un paese più moderno rispetto all’Italia, come valori e apertura mentale, anche per quanto riguarda i diritti umani e le politiche economiche e ambientali. Non si può dire certo la stessa cosa degli Stati Uniti in generale. Forse uno dei più grandi difetti è il divario sociale. Comunque, mi sono sempre sentito a casa tra le persone che vivono qui. Ognuno ha le sue origini e le sue tradizioni ma tutti si identificano, anche, come americani. Questo è un paese interamente costruito dagli immigrati ed è sempre importante ricordarsi che in un qualche momento della storia, lo siamo stati tutti».

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e tornare di corsa in Italia nonostante il tuo lavoro alla Nasa?
«Si, ci sono stati. Il momento più intenso e forte è stato a fine febbraio, quando mia mamma è stata ricoverata a causa del Coronavirus. Ha passato più di quaranta giorni intubata. È la donna più forte che conosca e ha vinto anche questa battaglia. Ci sentiamo ogni settimana, ma non la vedo da ottobre scorso. È in queste situazioni che ci si chiede se vale davvero la pena essere così lontani».

Quali sono stati invece i momenti più belli di quest’esperienza in California?
«Di momenti belli ce ne sono stati tanti. Ad esempio, quando per la prima volta abbiamo testato il Mars Helicopter nella camera termovuoto al Jpl, dimostrando il volo controllato in atmosfera simulata marziana: un momento incredibile e di grande soddisfazione. Poi è stata indimenticabile la mia esperienza da musicista a Los Angeles. Ho sempre avuto la passione per la musica e a Torino mentre studiavo Ingegneria ho frequentato l’Accademia della Musica Moderna. Anche se non mi sono mai approcciato al settore come un professionista, ho sempre messo anima corpo in quello che facevo. Con la mia band ho avuto l’opportunità di esibirmi su molti palchi storici della Sunset Boulevard, dove hanno suonato Foo Fighters, the Doors, Jonny Cash, Elton John e mille altri. Avere la possibilità di conoscere musicisti eccezionali, registrare un album, lavorare con un produttore, realizzare un video, sono tutte cose che mi porterò sempre nel cuore. Se sei un’artista e sei stimolato dalla competizione, non c’è posto migliore di Los Angeles».

Quale consiglio vuoi dare ai giovani della tua età?
«Se avete la possibilità, partite. Non state a troppo pensarci su. Sarà un po’ un cliché, ma è il regalo più bello che potete farvi. Non viaggiate solo da turisti. Non è abbastanza. Provate a vivere in un paese, almeno per un po’. Conoscerete persone nuove e farete nuove esperienze che vi aiuteranno a capire meglio il mondo che vi sta intorno. Inoltre scoprirete e comprenderete il valore, a volte dato per scontato, di molte cose. Abbiate fiducia in voi stessi e non accontentatevi. In bocca al lupo!».

 

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Categorie: Lavoro, Primo piano

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