DA TORINO A KABUL: IL RACCONTO DI UN GIOVANE REPORTER
L’ultima vittima italiana è Alessandro Di Lisio, che ha perso la vita il 14 luglio, a causa dell’esplosione di una bomba in strada. Abbastanza lunga da essere raccontata già anche sui libri di storia, la guerra in Afghanistan continua a riempire soprattutto le pagine dei giornali. Ma proviamo a guardare al paese dilaniato dalla guerra con altri occhi: quelli di David Bertrand, valsusino di 24 anni, che lo scorso maggio è andato a Kabul come cameraman per filmare e raccontare l’attività degli Alpini italiani.
DA TORINO A KABUL PER LA RAI Per David , classe 1985, l’occasione di confrontarsi con l’attualità di guerra è arrivata poco prima della partenza: «All’azienda con cui collaboro è stata commissionata la realizzazione di alcuni video per la prossima edizione de “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli in onda su Rai Tre». L’oggetto delle riprese? L’attività degli Alpini italiani in Afghanistan, impegnati tra le truppe di pace alla realizzazione di strutture per il paese. Racconta David: «si tratta di un documentario, a cura della regia di Gigi Roccati, che andrà in onda a ottobre». Dietro alla realizzazione di un lavoro del genere c’è una lunga preparazione: «Le riprese vanno concordate in anticipo. Inoltre lo stesso viaggio viene studiato nei minimi particolari: la troupe è stata autorizzata dalla Farnesina e dal Ministero della Difesa, abbiamo affrontato un breve periodo di formazione in una caserma in Piemonte e sia il viaggio aereo che il nostro soggiorno in Afghanistan sono stati organizzati dai militari».
AFGHANISTAN, TRA GUERRA E SPERANZA È con molta emozione che David racconta la sua esperienza: «Vedere le strade di Kabul in televisione e trovarsi poi a percorrerle sono due cose totalmente diverse. La guerra sembra sempre una cosa lontana: per tutto il soggiorno la mia troupe è stata ospite degli Alpini e da dentro la base militare sentivamo di continuo spari e scoppi». Spesso i telegiornali riportano fatti e notizie, ma difficilmente riescono a dipingere un clima: «A colpirmi sono stati i bambini - continua David - a Kabul le strade sono invase dai giovanissimi che però non chiedono cibo, perché il paese rispetto a tanti altri non è povero». David e la sua troupe sono stati ospiti del Camp Invicta, la base del contingente italiano, ma il suo viaggio non ha riguardato solo Kabul: l’itinerario ha toccato anche Herat, la valle di Musai e la valle di Char Asib. Ed è proprio in quest’ultima che si è svolto l’episodio più difficile: «Ci stavamo spostando con alcune jeep militari e io, a differenza del consueto, avevo ottenuto il permesso di sporgermi dal tettuccio con la telecamera quando un gruppo di “insurgent”, cioè telebani, ci si è avvicinato. È stato un momento critico: i militari hanno cercato di metterci in salvo il prima possibile, agevolando l’allontanamento dell’auto su cui si trovava la troupe, mentre gli altri mezzi hanno affrontato gli aggressori mettendoli in fuga». Non ha problemi David ad ammettere che ha davvero provato paura.
IL VIAGGIO CONTINUA «Vorrei ringraziare tutti gli alpini del campo e lo Stato Maggiore della Difesa: non solo per il supporto, ma soprattutto per l’umanità». Però al di là di una consapevolezza più profonda del tema della guerra, cosa lascia un’esperienza del genere? «Sicuramente la voglia di raccontarla. Fino a oggi ho sempre lavorato con la cultura o con lo spettacolo, adesso sento che è importante portare certe immagini al pubblico, raccontare quanto più verosimilmente possibile la cronaca e le emergenze». E per lui questo desiderio si realizzerà a breve: dopo l’Afghanistan, ad agosto partirà per girare un documentario in Kenya sul lavoro svolto dai missionari della Consolata. «A livello personale questo viaggio mi ha aiutato a capire a cosa voglio lavorare: faccio il cameraman da più di cinque anni, ma ancora sono in gavetta, precario, ora so quali esperienze cercare», conclude David.
E voi come percepite la guerra in Medio Oriente? Quali sono i mezzi con cui vi informate? Avete mai pensato di impegnarvi in prima persona per questi paesi?
A me le cronache di viaggio dei reporter affascinano tantissimo: trovo che emergano particolari e condizioni di vita molto di più che in un servizio sul giornale o sul tg. Consiglio a tutti la lettura dei due libri di Mimmo Candito: "Professione Reporter" e "Reporter di guerra"...
Ma proviamo a guardare al paese dilaniato dalla guerra con altri occhi: quelli di David Bertrand, valsusino di 24 anni, che lo scorso maggio è andato a Kabul come cameraman per filmare e raccontare l’attività degli Alpini italiani.
DA TORINO A KABUL PER LA RAI
Per David , classe 1985, l’occasione di confrontarsi con l’attualità di guerra è arrivata poco prima della partenza: «All’azienda con cui collaboro è stata commissionata la realizzazione di alcuni video per la prossima edizione de “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli in onda su Rai Tre». L’oggetto delle riprese? L’attività degli Alpini italiani in Afghanistan, impegnati tra le truppe di pace alla realizzazione di strutture per il paese. Racconta David: «si tratta di un documentario, a cura della regia di Gigi Roccati, che andrà in onda a ottobre».
Dietro alla realizzazione di un lavoro del genere c’è una lunga preparazione: «Le riprese vanno concordate in anticipo. Inoltre lo stesso viaggio viene studiato nei minimi particolari: la troupe è stata autorizzata dalla Farnesina e dal Ministero della Difesa, abbiamo affrontato un breve periodo di formazione in una caserma in Piemonte e sia il viaggio aereo che il nostro soggiorno in Afghanistan sono stati organizzati dai militari».
AFGHANISTAN, TRA GUERRA E SPERANZA
È con molta emozione che David racconta la sua esperienza: «Vedere le strade di Kabul in televisione e trovarsi poi a percorrerle sono due cose totalmente diverse. La guerra sembra sempre una cosa lontana: per tutto il soggiorno la mia troupe è stata ospite degli Alpini e da dentro la base militare sentivamo di continuo spari e scoppi». Spesso i telegiornali riportano fatti e notizie, ma difficilmente riescono a dipingere un clima: «A colpirmi sono stati i bambini - continua David - a Kabul le strade sono invase dai giovanissimi che però non chiedono cibo, perché il paese rispetto a tanti altri non è povero».
David e la sua troupe sono stati ospiti del Camp Invicta, la base del contingente italiano, ma il suo viaggio non ha riguardato solo Kabul: l’itinerario ha toccato anche Herat, la valle di Musai e la valle di Char Asib. Ed è proprio in quest’ultima che si è svolto l’episodio più difficile: «Ci stavamo spostando con alcune jeep militari e io, a differenza del consueto, avevo ottenuto il permesso di sporgermi dal tettuccio con la telecamera quando un gruppo di “insurgent”, cioè telebani, ci si è avvicinato. È stato un momento critico: i militari hanno cercato di metterci in salvo il prima possibile, agevolando l’allontanamento dell’auto su cui si trovava la troupe, mentre gli altri mezzi hanno affrontato gli aggressori mettendoli in fuga». Non ha problemi David ad ammettere che ha davvero provato paura.
IL VIAGGIO CONTINUA
«Vorrei ringraziare tutti gli alpini del campo e lo Stato Maggiore della Difesa: non solo per il supporto, ma soprattutto per l’umanità». Però al di là di una consapevolezza più profonda del tema della guerra, cosa lascia un’esperienza del genere? «Sicuramente la voglia di raccontarla. Fino a oggi ho sempre lavorato con la cultura o con lo spettacolo, adesso sento che è importante portare certe immagini al pubblico, raccontare quanto più verosimilmente possibile la cronaca e le emergenze». E per lui questo desiderio si realizzerà a breve: dopo l’Afghanistan, ad agosto partirà per girare un documentario in Kenya sul lavoro svolto dai missionari della Consolata. «A livello personale questo viaggio mi ha aiutato a capire a cosa voglio lavorare: faccio il cameraman da più di cinque anni, ma ancora sono in gavetta, precario, ora so quali esperienze cercare», conclude David.
E voi come percepite la guerra in Medio Oriente? Quali sono i mezzi con cui vi informate? Avete mai pensato di impegnarvi in prima persona per questi paesi?