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12 maggio 2014

Iacopo Barison e il mestiere di scrivere

Alla Fiera del Libro abbiamo intervistato il giovane scrittore proveniente da Fossano ed edito da Tunué

Matteo Fontanone

La copertina minimalista di “Stalin+Bianca”, il nuovo romanzo di Iacopo Barison

Il Salone del Libro è l’occasione giusta per presentare la nuova collana narrativa della Tunué, casa editrice di Latina dedita prevalentemente alla graphic novel.
La cura del progetto è stata affidata allo scrittore toscano Vanni Santoni, che tra centinaia di proposte, faldoni e documenti Word, è da pochi giorni uscito in libreria con i primi due romanzi. Si tratta di “Dettato” di Sergio Peter e “Stalin+Bianca” di Iacopo Barison. Due scrittori anagraficamente giovani ma accomunati da una riflessione su stile e poetica degna di un veterano della penna.
A introdurli, nel caos del sabato pomeriggio del Lingotto, c’è Christian Raimo, alfiere di Minimum Fax, che nel raccontare cosa ha letto tra le righe delle due opere si sofferma sul sentimento dell’ansia come trait d’union tra i due autori. Un’ansia ereditata dalle precedenti generazioni di scrittori, un trauma affettivo che da deficit sociale diventa spinta creativa. Al termine della presentazione, Digi.TO ha chiacchierato con il 26enne Iacopo Barison e di cosa significhi, all’atto pratico, esercitare il mestiere dello scrittore nell’anno di grazia 2014.

Raccontaci il lavoro alla base del tuo romanzo.
«Volevo scrivere un romanzo che avesse alla base una storia d’amore, un viaggio on the road e una videocamera. La prima perché sono melenso, il secondo perché sono quasi sempre a casa ad alienarmi e almeno scrivendo volevo viaggiare, la terza per tirar fuori il mio immaginario cinefilo, a cui dovevo per forza dar sfogo».

Quand’è che hai capito di voler essere uno scrittore?
«La metafora del mio approccio ai libri è quella delle suore che si buttano dagli aerei senza paracadute, l’immagine di copertina del mio blog. Avevo 19 anni, scrivere libri mi ha salvato: è un po’ come una fede anche se alla fine non credi, un po’ come lo Xanax».

Cosa c’è nella tua biblioteca e a cosa ti sei ispirato per “Stalin+Bianca”?
«Non uso l’immagine dei libri sul comodino perché non mi piace leggere prima di addormentarmi, guardo più che altro serie tv. Per scrivere “Stalin+Bianca” ho approfondito la scuola del minimalismo americano, Breat Eston Ellis e Carver, mischiata con il postmodernismo, su tutti Foster Wallace. Poi c’è Cosmopolis di DeLillo, che mi ha aperto gli occhi: si muove nel presente ma sembra ambientato tra vent’anni. Per essere contemporanei bisogna scrivere di cosa accadrà tra quindici anni, non mi ricordo chi lo diceva ma è una grande verità».

Quanto conta per chi vuole diventare un bravo scrittore avere una cultura più generalizzata, che non si fermi alla sola letteratura?
«Tantissimo. Io ho fatto il Dams, una scuola fondamentalmente inutile perché ti prepara a conoscere la filmografia di Truffaut ma non ti dà un mestiere. Grazie ai miei studi però ho una cultura generale che non avrei se fossi laureato in Giurisprudenza, ho letto ciò che era importante e visto i film giusti, senza contare le serie televisive, i fumetti. Detto ciò, non sono uno di quelli che non hanno la televisione, anzi. In definitiva, sono un grande appassionato di cultura pop, che se dosata in un libro funziona molto bene».

Immagino che come ogni scrittore avrai dei tuoi rituali e una tua giornata tipo.
«Ho una condizione obbligatoria: devo scrivere a un vecchio computer fisso senza internet, così non mi bruciano gli occhi e non mi distraggo troppo. Lavoro sempre di pomeriggio perché mi sveglio tardi e di sera guardo i film».

Perché dovremmo comprare il tuo romanzo?
«Se la nonna ti ha dato dieci euro, faresti un buon investimento».

 

Link utili:
Salone del Libro

Tunué
Blog di Iacopo Barison

Conoscevate Iacopo Barison? Avete mai pensato di diventare scrittori?

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Categorie: Cultura

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