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26 novembre 2014

Sognare un lunapark a Mirafiori

Al TFF il film del torinese Stefano Di Polito: la storia di tre ex operai che intendono trasformare una fabbrica abbandonata in un parco giochi che unisca le generazioni

C.C.

Giorgio Colangeli, Antonio Catania e Alessandro Haber, protagonisti di Mirafiori Lunapark (foto di Simone Martinetto)

La sezione Festa Mobile del Torino Film Festival raccoglie le opere fuori concorso scelte per criteri di qualità e originalità, film selezionati in giro per il mondo e ancora inediti in Italia e le prime visioni. Tra queste ultime, si segnala il lungometraggio del regista torinese Stefano Di Polito, intitolato Mirafiori Lunapark.
Di Polito, già sceneggiatore per il cinema, scrittore, giornalista, autore di format per radio, tv e web (dalla sua tesi universitaria è nato Digi.TO), ideatore di progetti di innovazione sociale e civica, in questo film ha deciso di raccontare il quartiere in cui è cresciuto, Mirafiori, la sede storica dei primi stabilimenti della Fiat e delle lotte operaie degli anni Settanta.
La storia narra di tre ex operai, Carlo, Delfino e Franco – magistralmente interpretati da Giorgio Colangeli, Antonio Catania e Alessandro Haber – che si oppongono alla trasformazione in un campo da golf di una vecchia fabbrica inutilizzata e si adoperano affinché quel luogo preservi la memoria del passato e insieme rinasca come parco giochi per i nipotini. Il regista si è posto l’obiettivo di «raccogliere l’eredità immateriale delle fabbriche», viste come metafora di incontri, adattamenti, fatiche, emancipazione, di migrazioni dal sud. I protagonisti non possono sopportare l’idea che un luogo così pregno di storie come Mirafiori possa cadere di colpo nell’ombra senza che le generazioni successive ne comprendano la portata e il valore storico, culturale, politico.
La pellicola, presentata ieri in anteprima per la stampa, viene riproposta stasera alle 19.45 alla sala 2 del cinema Reposi in via XX Settembre e domani alla sala 2 del cinema Massimo alle 11.30.

Partiamo dal titolo del film.
«Mirafiori Lunapark è un titolo insieme locale e internazionale. Locale perché parla di un quartiere, forse quello torinese più noto nel mondo, internazionale perché tale è la storia che ho voluto raccontare, una storia piccola, privata e intima ma che, proprio per questo, può diventare universale. L’ambizione è che ogni spettatore possa ritrovare un sentimento, la fiducia e la speranza sul futuro, nel desiderio di non dimenticare le proprie origini e il proprio passato e di ricostruire, attraverso i grandi esempi che abbiamo alle spalle, le esperienze personali e collettive dei nostri padri».

Quanto c’è di autobiografico nella storia?
«Io sono nato a Mirafiori sud e sono figlio di immigrati dal meridione, operai. Attraverso questo film ho scoperto, e per me è stato davvero un grande regalo, che in molti hanno una storia che somiglia a quella della mia famiglia. Proprio per questo, mi piacerebbe che genitori e figli andassero a vedere questo film, come io andrò al cinema, per la prima volta dopo molti anni, con i miei genitori.  Ho tenuto i nomi di mio padre e dei suoi due amici di fabbrica nel film e tutti e tre verranno a vederlo. Da un certo punto di vista il mio è un omaggio a mio padre e ai suoi amici e gli attori che interpretano queste figure sono perfetti, anche fisicamente, per la mia storia».

Come sono state le fasi di lavorazione?
«Quando ho scritto la sceneggiatura l’ho fatto, in un certo senso, per ricongiungermi con il mio passato. C’è quindi una matrice autobiografica, ma c’è la vita, soprattutto. Ho avuto molti illustri sostegni, da Anna Gasco a Mimmo Calopresti, e chiunque, dal produttore alle comparse, ha fornito il proprio contributo per la realizzazione finale. Così il film, anche durante la lavorazione, ha cambiato pelle. Ho fatto in modo che la struttura restasse aperta, per vedere che strada avrebbe preso la storia con il contributo di tutte queste persone, anziani, bambini, con l’aiuto di coloro che hanno sposato il progetto, che hanno lavorato con un budget più basso rispetto a quello cui sono abituati, che si sono dati da fare. Arrivo da esperienze legate alla comunicazione sociale e questo mi ha insegnato che le persone fanno la differenza: ho coinvolto il quartiere di Mirafiori, sia attraverso associazioni e istituzioni, sia attraverso gli abitanti che lo vivono nel quotidiano e l’adesione è stata fortissima; ho cercato e voluto questo coinvolgimento senza calarmi dall’alto, ma rispettando la natura del luogo».

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Categorie: Cultura

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