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5 luglio 2018

Psicologia non chiuderà, ma i problemi restano

La decisione di sospendere il corso triennale di Torino aveva fatto temere le future matricole, ma Unito ha di recente mutato la propria decisione: come si è arrivati fino a qui?

Alice Dominese

Persone sedute in cerchio presidio contro il numero chiuso a Psicologia

Il presidio di protesta contro il numero chiuso a Psicologia

L’allarme è rientrato. Dopo la sentenza del Tar del Lazio che respingeva la richiesta di inserire il numero programmato per l’ingresso alla triennale di Scienze e Tecniche Psicologiche dell’Università di Torino, il Dipartimento aveva dichiarato di non poter accogliere nuovi immatricolati a settembre 2018: la facoltà avrebbe chiuso, obbligando così gli aspiranti studenti di psicologia del territorio, almeno per il primo anno, a iscriversi fuori città.
Nonostante il susseguirsi incontrollato di notizie avesse fatto scoppiare il caso, non altrettanta attenzione è stata data alle dinamiche che, poco tempo dopo, hanno portato a ritrattare la decisione.

LA VICENDA
La triennale di Psicologia rimarrà aperta anche il prossimo anno: il Dipartimento ha dichiarato infatti di poter sostenere la futura ondata di immatricolandi. Tuttavia proprio le stime di fine corso avevano fatto deliberare a favore dell’inserimento del numero programmato, su cui l’Unione degli Universitari (Udu – una confederazione di gruppi studenteschi) era intervenuta presentando ricorso al Tar. Il no della giustizia amministrativa al presunto test d’ingresso non ha riconosciuto al Dipartimento i requisiti minimi necessari nel rapporto numerico fra docenti e universitari previsti dalla Legge Zecchino e dal decreto ministeriale del Governo Renzi, dando così ragione a Studenti Indipendenti, Collettivo di Psicologia e Obiettivo Studenti, che a Torino avevano raccolto la protesta contro il numero chiuso, ma facendo propendere allo stesso tempo il Dipartimento per la chiusura della triennale.
Al momento della votazione in Senato accademico, però la posizione è stata ritrattata, come spiega il rappresentante degli studenti Federico Salvatore: «Nonostante si fosse deliberato di sospendere il corso, su pressione dei rappresentanti e degli studenti per trovare una soluzione, il Dipartimento è intervenuto dichiarando allora di avere i criteri per provare nuovamente a inserire il numero programmato e ad aprire le immatricolazioni per il prossimo anno».

SE IL TEST D’INGRESSO NON BASTA?
Il problema del diritto allo studio, dunque, rimane: se il ricorso vinto dall’Udu sul test d’ingresso voleva essere anche un gesto politico mirato a mettere in discussione lo strumento del numero programmato, esso di fatto si ripresenterà. Il nodo da sciogliere resta il gap fra i docenti assunti e il numero di studenti, dice Salvatore: «La situazione di stagnazione dell’Università da questo punto di vista è legata alla mancanza di politiche di assunzione adeguate. Gli immatricolati da noi sono superiori alla media del Paese e i professori non bastano».
Il numero programmato viene perciò spesso utilizzato per tamponare la falla e, solo dove i corsi di studio sono più interdisciplinari, lo scarso numero di docenti viene ovviato prendendone a prestito da altri indirizzi. In altri casi, come i recenti sviluppi che hanno interessato il Dipartimento di Culture, Politiche e Società, il numero insufficiente di relatori aveva fatto emergere la proposta di eliminare le tesi triennali.
I tagli all’istruzione, insomma, generano altri tagli e se il numero programmato debba essere concepito nell’ottica di ridurne gli effetti negativi è un interrogativo su cui riflettere.

 

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Categorie: Primo piano, Università

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