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13 settembre 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di terrorismo

Nell’anniversario delle Torri gemelle da Torino una riflessione con docenti e studiosi su che in che cosa consista oggi questo fenomeno e perché ci riguardi da vicino

Alice Dominese

Attacco alle Torri gemelle

L’11 settembre è spesso un’immagine, un frammento televisivo che su tutti i canali interrompe la trasmissione che stavamo guardando qualche attimo prima, diciassette anni fa. Così la diffusione del terrorismo internazionale ha cambiato la nostra percezione del pericolo, della sicurezza e del volo di un aereo sulla città. Se n’è parlato l’altro ieri al Polo del ‘900 nel primo incontro del ciclo Terrorismi organizzato dal Centro studi Piero Gobetti.

TRE MODI DI INTERPRETARE IL TERRORISMO
Fu la Repubblica del Terrore di Robespierre la prima a inaugurare come strumento di governo il terrorismo, che oggi ci fa pensare soprattutto a quello di matrice islamista. Ma cosa intendiamo con la parola “terrorismo”? Gli esperti sono restii a darne una definizione precisa, dal momento che si tratta di un fenomeno complesso e sfuggente che risente di tre principali schemi interpretativi, secondo la docente di filosofia teoretica dell’Università La Sapienza di Roma, Donatella Di Cesare.
Un attacco all’Occidente: questo il primo modo di concepirlo, un modo generico che individua l’elemento centrale nell’obiettivo del terrorismo, quindi nell’atto in sé di colpire un’area geografica e politica, di cui resta da capire il perché. A questa domanda provano a rispondere il secondo e il terzo schema interpretativo: la lotta di classe e la “guerra del sacro”. La prima si pone come reazione alla globalizzazione, di cui il terrorismo allora è “il volto oscuro”, sostiene Di Cesare, perché le zone di comfort che questa ha creato negli Stati occidentali hanno escluso da sé le cosiddette “periferie dello sconforto”, aree di attrito dove la guerra esplode in alternativa all’organizzazione classista della società. Ma anche la guerra in nome della religione si presta a realizzare un’alternativa esistenziale al mondo capitalistico: la teocrazia, il progetto teologico di uno Stato radicalizzato, cioè rifondato sui valori del sacro in risposta ad un vuoto politico.

IL TERRORISMO FUNZIONA?
La pratica del terrore è divenuta una realtà dal 12 settembre 2001, ricorda Luigi Bonanate, docente di relazioni internazionali all’Università di Torino, quando gli Stati Uniti decisero di rispondere all’attacco di Al Qaeda ingaggiando una “globo-guerra civile”, globale perché non esistono frontiere a delimitarne i confini, né nemici specifici e “civile” perché gli scontri scoppiano fra la popolazione di uno stesso paese. In questo senso la lotta armata al terrorismo non ha funzionato e non può funzionare, afferma Bonanate, in quanto il “nemico” non è individuabile in uno Stato. Gli stessi attentati, spiega Di Cesare, per il terrorista costituiscono un atto di sovranismo, ovvero un tentativo di affermare la sovranità della propria nazione non ancora riconosciuta.
Il terrorismo porta anche un grande paradosso, perché sono proprio le democrazie occidentali a esservi ricorse, aggiunge la filosofa, strumentalizzando la paura. Si può dire, infatti, che oggi viviamo in parte in “fobocrazie”, Stati di paura, dove in cambio della sicurezza i cittadini cedono le proprie libertà alle autorità. Allora forse, nell’indebolire la democrazia a favore di nuovi nazionalismi, il terrorismo sta purtroppo funzionando.

 

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Categorie: Cultura

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