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6 Marzo 2020

Greta Canalis, la “dottoressa delle bambole”

Una giovane restauratrice ci ha accolto nella sua bottega artigianale, raccontandoci la passione per il proprio mestiere, alcuni aneddoti e un progetto

Fabio Gusella

Restauratrice alle prese con orso di peluche

Greta Canalis restaura bambole e giocattoli

Al numero 7 di via Barbaroux, nel pieno centro di Torino, esiste un mondo incantato in cui le bambole possono riprendere vita, insieme all’infanzia. Mamme e papà, nonni, ragazzi e bambini entrano ed escono da quella porta quasi magica, portando a “curare” i propri giocattoli “feriti” dal tempo e ritirandoli “guariti”.
All’interno del negozio li accoglie Greta Canalis, una restauratrice di 31 anni che ha da poco inaugurato questa bottega delle meraviglie. Cresciuta in una famiglia di artigiani e laureata all’Accademia di Belle Arti, si è ulteriormente perfezionata lavorando presso un altro “dottore” di bambole, per poi decidere di mettersi in proprio. Fra artigianato e spirito imprenditoriale, con un tocco di incanto, Greta ci ha raccontato le sue giornate di lavoro.

Come sei approdata a questo mestiere?
«Fin da bambina ho sempre avuto le “mani in pasta” nel laboratorio di falegnameria di mio papà. Mi piaceva aggiustare, toccare e sperimentare qualsiasi materiale. Finita l’Accademia mi son tornate in mente le parole che spesso i miei genitori ripetevano a me e a mia sorella: “Scegliete bene il mestiere che farete perché ve lo porterete aventi per tutta la vita”. Così ho fatto: volevo fare qualcosa di speciale e son finita in questo mondo incantato».

Quando hai cominciato ad appassionarti alle bambole? Quale aspetto ti affascina di più di questi oggetti, e più in generale dei giocattoli e dell’infanzia?
«Ho sempre giocato con le bambole, ma in realtà solo ora che ne capisco il vero valore: ognuna ha una storia da raccontare, parlano anche se non hanno bocca, vedono anche se non hanno occhi, amano anche se non hanno un cuore».

Come ti è venuta l’idea di aprire un’attività dedicata esclusivamente al restauro di questi frammenti d’infanzia?
«Ho svolto un lavoro da bottega per tanti anni, inizialmente solo per passione. Con il passare del tempo ho capito che questi ricordi occupavano ancora una gran bella parte di cuore delle persone, così ho sentito l’esigenza di creare un punto di riferimento al quale potersi affidare».

Raccontaci una tua tipica giornata di lavoro. Cosa ami di più del tuo mestiere?
«Amo il tempo e la calma. Sono i due elementi che più caratterizzano il mio mestiere e vanno a braccetto. Ogni singolo caso prevede uno studio della storia e dei materiali con i quali intervenire. Amo restare da sola con le bambole e immergermi totalmente nel loro passato, per capirle al meglio e soprattutto per valorizzarle e donare loro nuova vita».

Realizzi anche bambole di porcellana?
«Sì, nel tempo che il restauro non mi occupa cerco di realizzare una mia linea di bambole, ma è un progetto futuro e per quello c’è sempre tempo».

Ti capita di avere l’impressione che alcuni clienti, portandoti una loro bambola, sembrino quasi chiederti di prenderti cura della loro l’infanzia?
«Sì, per la gran parte delle volte è proprio così. Molte persone hanno condiviso emozioni e stati d’animo con le proprie bambole, si sono fatte compagnia nei momenti difficili ed erano insieme nei momenti di gioia. Se si pensa che il più delle volte questi legami risalgono al periodo della guerra si può solo immaginare cosa rappresentino persone e bambole gli uni per gli altri».

Quali clienti entrano più frequentemente nel tuo negozio? Ci puoi raccontare un episodio particolare che ti è accaduto?
«Entrano prevalentemente adulti, ma con occhi sognanti ancora di bambini. Uno degli ultimi episodi che più mi ha colpito però, è stato quello di una bambina che aveva rotto la testa della sua bambola strattonandola. Sua mamma mi chiese di restaurarla ma in modo che la “ferita” si continuasse a vedere, come una vera cicatrice, perché la bambina doveva capire e ricordarsi del valore delle cose».

 

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Categorie: Lavoro

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